Linguaggio inclusivo e disabilità

Pregiudizi sulle disabilità

“Riflettere sulla disabilità significa riflettere sulla condizione umana in generale, in quanto età, eventi inattesi della vita, incidenti sul lavoro, l’ambiente in cui si vive, ciò di cui ci si alimenta e molteplici altri fattori -non tutti prevenibili – possono cambiare le condizioni fisiche, sensoriali e cognitive di ogni persona facendola entrare – permanentemente o transitoriamente – nella categoria di coloro che vivono con una o più disabilità.

In passato la disabilità era spesso considerata come una condizione intrinseca alla persona; come un difetto che richiedeva cure e assistenza con conseguente emarginazione sociale.

Nel corso del tempo, questa concezione si è evoluta, passando da una prospettiva di limitazione individuale, a una prospettiva sociale basata sui diritti umani.

Uno degli aspetti più invalidanti dell’ambiente sociale è lo svilupparsi di pregiudizi e stereotipi nei confronti di persone con disabilità, il cosiddetto abilismo. Questo bias implicito, porta alla formazione di barriere sociali, mentali e fisiche nei confronti di chi è considerato non abile e quindi inferiore a tutte quelle persone considerate invece come “normali”.

Si basa sulla concezione che sia meglio non avere disabilità.

“Fanno parte della narrazione abilista la spettacolarizzazione, il pietismo e gli atteggiamenti paternalistici, il presupposto che la disabilità sia necessariamente una tragedia, un’immensa sfortuna, o la rappresentazione delle persone disabili come asessuali a priori o come eterni bambini”. 

 

Da questo è scaturito quello che viene definito linguaggio abilista, sia nel caso di parole volutamente offensive, sia nel caso dell’uso metaforico (in cui la disabilità viene utilizzata come metafora per descrivere qualcosa di negativo).

Oppure possiamo trovare il cosiddetto “inspiration porn”; concetto coniato dalla scrittrice e attivista Stella Young per riferirsi al fenomeno in cui le persone con disabilità vengono oggettificate per il loro coraggio e la loro determinazione. In particolare, per il fatto di riuscire ad ottenere dei risultati nonostante la disabilità.

“Il fatto che certe forme esistano nella lingua non significa che siano neutrali e innocue e che non inneschino meccanismi discriminatori: questi modi di dire contengono una forte valutazione negativa e, ripetuti irriflessivamente, perpetuano l’immagine della disabilità come condizione talmente umiliante da servire come insulto.”

Combattere l’abilismo richiede un impegno costante e un approccio multidimensionale che coinvolge l’azione individuale, la sensibilizzazione della società e il cambiamento strutturale; con l’obiettivo di costruire una società equa e senza discriminazioni per tutte le persone, indipendentemente dalla loro abilità o disabilità.

 

Person-first e identity-first

L’intero campo semantico è in movimento, e ciò ha portato al proliferare di vari termini che non sono più considerati corretti: diversamente abile, inabile, o ancora handicappato, invalido. Il motivo per cui continuiamo a modificare le parole legate alla disabilità è che queste spesso assumono una connotazione negativa, trasformandosi in insulti e offese.

L’adozione di un linguaggio corretto è una questione prioritaria, un segno di rispetto e attenzione per la persona di cui e con cui si sta parlando.

Ecco perché è fondamentale conoscere i concetti di person-first language (persone con disabilità) e identity-first language (persone disabili).

Nel caso del person-first, viene posta l’attenzione prima sulla persona e poi sulla disabilità come caratteristica, per riconoscere l’importanza di vedere l’individuo nella sua completezza.

Tuttavia, non tutte le persone con disabilità vogliono essere definite attraverso questo, ma preferiscono l’identity-first, basato sul riconoscimento della disabilità come categoria identitaria, per indicare l’appartenenza ad un gruppo culturale più ampio.

La disabilità è una parte integrante dell’identità dell’individuo, che può influenzare le sue esperienze, prospettive e relazioni, e contribuire a una maggiore accettazione e comprensione di se stessi.

 

Entrambi gli approcci hanno l’intento di promuovere un linguaggio inclusivo, delineando una serie di suggerimenti:

  • mai identificare una persona con la sua disabilità, mettendo in secondo piano l’individuo.
  • no al termine handicappato.
  • la disabilità non è una patologia, bensì una condizione.
  • no al linguaggio compassionevole o pietoso, che identifica le persone con disabilità come “vittime” o “eroi”.
  • fare attenzione al termine diversamente abile, spesso considerato erroneamente come indicatore di handicap.
  • eliminare la concezione di normoabili, per una difficile definizione del concetto di normalità.

 “La diversità intesa come varietà, molteplicità di caratteristiche, opinioni, stili di vita è un valore inestimabile, mentre la diversità che significa differenza, dissomiglianza usata per nominare e classificare le persone, rischia di costruire muri all’interno della società.”

Articolo di Ilaria Damario, socia Young IAA

 

BIBLIOGRAFIA

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