Il linguaggio inclusivo

Il valore del linguaggio

Il Valore del Linguaggio

L’importanza del linguaggio è profonda nella vita umana; trasmette la conoscenza, stabilisce relazioni umane e dà significato alle esperienze. Inoltre è fondamentale per la costruzione della nostra identità e per la delineazione del mondo in cui viviamo.

Alcune delle ragioni per le quali il linguaggio è così importante sono appunto di fatto:

LA COMUNICAZIONE

Rappresenta il mezzo attraverso il quale le persone comunicano tra loro.

ESPRESSIONE E COMPRENSIONE 

Permette di esprimere chi siamo e allo stesso tempo comprendere gli altri.

TRASMISSIONE DELLA CULTURA

Possibilità di condivisione di valori, credenze e conoscenze culturali.

COSTRUZIONE DELL’IDENTITÀ INDIVIDUALE E COLLETTIVA

Il modo in cui ci esprimiamo può influenzare come gli altri ci percepiscono e come percepiamo noi stessi.

COESIONE SOCIALE 

Favorisce la collaborazione tra gli individui, che sono in grado di coordinare le loro azioni e negoziare.

Quindi essenzialmente, il linguaggio e la società sono strettamente interconnessi e si influenzano reciprocamente, in quanto il linguaggio è un prodotto sociale che nasce e si sviluppa in un contesto specifico, ma allo stesso tempo, svolge un ruolo fondamentale nella costruzione e comunicazione delle norme, dei valori e delle pratiche della società.

Grazie al legame linguaggio-socializzazione si creano sintonia e connessioni che soddisfano il bisogno umano di appartenenza e supporto sociale, creando un ambiente in cui gli individui possono imparare dagli altri e dove si dovrebbe poter esprimere liberamente la propria identità.

Favorisce quindi il benessere individuale contribuendo alla costruzione di una società coesa e armoniosa.

Quando le persone interagiscono però, si influenzano a vicenda, ma la cosiddetta influenza sociale può generare risposte differenti nelle persone:

  • Accondiscendenza: si approvano le idee di chi esercita l’influenza, ma si rimane con le proprie convinzioni.
  • Accettazione o identificazione: si cambia il proprio pensiero in base a quello degli altri perché ritenuti competenti; a differenza dell’identificazione che gioca sul piano emotivo, l’accettazione perde la sua valenza con la perdita di credibilità.
  • Interiorizzazione: ci si impossessa dei pensieri di chi influenza, facendoli propri.
  • Reattanza psicologica: quando si avverte che chi influenza ha il controllo, ci si difende.

Cambiano le modalità con cui i messaggi vengono comunicati e anche come vengono recepiti dagli individui, che potrebbero farne quindi un’interpretazione negativa.

Il linguaggio è spesso portatore di stereotipi e pregiudizi che inevitabilmente influenzano i nostri comportamenti nella vita quotidiana e le interazioni con gli altri.

 

Come ha fatto notare lo studioso americano Gordon Allport nel suo lavoro “La natura del pregiudizio” (1954), l’errore fondamentale che si trova alla base di stereotipi e pregiudizi, è che si giudica qualcuno in quanto membro di una specifica categoria e non per le sue caratteristiche personali.

Si ricorre quindi alla categorizzazione e generalizzazione, che portano gli individui coltivatori di pregiudizi a ricordare solo quegli aspetti della realtà che confermano le loro idee (percezione e memoria selettiva).

Inoltre, nel momento in cui si diventa consapevoli di appartenere ad un gruppo, si tende a ritenere questo gruppo migliore degli altri, rafforzando la propria sicurezza e autostima.

“Qui entra in gioco il potere e la trasversalità dell’inclusione, che è in grado di influire positivamente anche sul nostro linguaggio, rendendolo in grado di abbattere i pregiudizi inconsci, che spesso guidano la nostra visione del mondo, il ragionamento e ciò che esprimiamo”.

 

L’inclusività

Viviamo in una realtà in cui si assiste a un rapido cambiamento delle capacità culturali e delle classi; quindi, il linguaggio deve seguire le trasformazioni della società per riflettere l’evoluzione delle prospettive e per soddisfare le nuove esigenze comunicative.

Si tratta di un processo dinamico, che cambia con noi crescendo; così come cambiano le parole, dovrebbe cambiare anche il modo in cui le impieghiamo, perché i termini che utilizziamo hanno un impatto, su noi stessi e con gli altri.

incluivo agg. [dal lat. mediev. inclusivus]. – Che vale a includere, o meglio che include, che comprende in se qualche cosa” (Treccani)

Il termine inclusivo può riferirsi a diverse sfere, ma nel contesto del linguaggio si riferisce ad un approccio che mira a includere, attraverso l’utilizzo delle parole, tutte le persone, senza discriminazioni o esclusioni.

Ha lo scopo di riconoscere e rispettare le diversità delle singole persone, permettendo loro di sentirsi liberə di poter esprimere la propria identità e di percepirsi parte di una comunità, favorendo quindi creatività, innovazione e obiettivi comuni.

È importante essere consapevoli delle esigenze delle persone con cui si comunica, per creare un ambiente di comunicazione rispettoso ed inclusivo, promuovendo la consapevolezza delle diversità e delle differenze individuali, incoraggiando l’empatia e la comprensione delle esperienze altrui.

Questo anche perché le parole compiono azioni e hanno delle conseguenze.

La sociolinguista Vera Gheno afferma che, dobbiamo provare a rispettare delle richieste che non riguardano direttamente la lingua, ma dalle quali la lingua è influenzata;

  • Coltivare il dubbio, quindi sapere di non sapere.
  • Riflettere prima di esprimerci.
  • Scegliere il silenzio se non conosciamo.

Sappiamo che la nostra lingua è caratterizzata da diversi ostacoli grammaticali, come il fatto che a ogni nome viene assegnato un genere, che però è o maschile o femminile.

Nel caso in cui parliamo con una persona il cui genere ci è sconosciuto o di moltitudini miste, l’italiano ci chiede di usare il maschile sovraesteso, senza fare una distinzione di genere, e utilizzando il maschile come se fosse neutro.

Oltre ai problemi della grammatica troviamo anche le difficoltà legate al pensiero e al vivere sociale, come le dottrine e le pratiche del razzismo, la discriminazione generazionale o ancora la diffusione dell’abilismo.

Le parole sono spesso fraintese, perché usate nel modo sbagliato o non capite, soprattutto quando non si tiene conto del contesto in cui vengono utilizzate. Per questo è importante conoscerle e rispettarle.

Perché “Una parola può essere un bacio, una parola può essere un proiettile” (Gheno, 2018); ha il potere di accogliere o respingere, rincuorare o ferire, di farci avvicinare o aumentare le distanze.

Riflettere sul linguaggio che utilizziamo ci aiuta a dare un significato consapevole alle parole e a misurare l’impatto che queste hanno sulla realtà.

Non ne possiamo fare a meno, quindi in un mondo sovraccarico, dobbiamo provare ad utilizzare nel modo giusto questa competenza, perché “Non esistono parole sbagliate. Esiste un uso sbagliato delle parole” (Parlare Civile).

Abbiamo parole per vendere

parole per comprare,

parole per fare parole.

 

Andiamo a cercare insieme 

le parole per pensare.

Andiamo a cercare insieme 

le parole per pensare.

 

Abbiamo parole per fingere,

parole per ferire,

parole per fare il solletico.

 

Andiamo a cercare insieme 

le parole per amare.

Andiamo a cercare insieme 

le parole per amare.

 

Abbiamo parole per piangere,

parole per tacere,

parole per fare rumore.

 

Andiamo a cercare insieme 

le parole per parlare.

Andiamo a cercare insieme 

le parole per parlare.

Gianni Rodari (1977)

 

Dissimmetrie e stereotipi di genere

 Il concetto di “linguaggio di genere”, si riferisce all’uso della lingua che promuove l’inclusione e l’uguaglianza, tenendo conto delle diverse identità.

Può includere espressioni linguistiche, come l’uso di pronomi neutri, o ancora l’utilizzo di termini inclusivi per riferirsi a professioni o ruoli che tradizionalmente sono associati a un solo genere.

L’obiettivo è quello di creare una comunicazione più inclusiva, rispettosa e consapevole, per riconoscere a tutti, parità e dignità senza dover ricorrere ad un’omologazione al paradigma maschile.

 

Già nel 1986, la linguista e attivista per i diritti civili Alma Sabatini, contestava l’uso neutro del maschile, definendolo androcentrismo della lingua. 

“L’impostazione androcentrica della lingua, riflettendo una situazione sociale storicamente situabile, induce fatalmente a giudizi che sminuiscono, ridimensionano, colorano in un certo modo, e, in definitiva, penalizzano, le posizioni che la donna è venuta oggi a occupare.”

“L’uomo è il parametro, intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico”.

La domanda che sorge spontanea quindi è se la lingua italiana sia sessista o meno.

 

L’italiano di per sé non si po’ definire sessista, ma può esserlo l’uso che ne facciamo.

Si fa infatti differenza tra dissimmetrie grammaticali e dissimmetrie semantiche.

Per dissimmetrie grammaticali si intende disuguaglianze linguistiche nella struttura della lingua, in cui troviamo:

  • L’utilizzo della parola “uomo” in senso generico.
  • Dare la precedenza alla forma maschile.
  • L’articolo di fronte ai cognomi delle donne; pratica che invece non riguarda gli uomini.
  • L’utilizzo del maschile per titoli o cariche prestigiose. o Il maschile sovraesteso

 

Le dissimmetrie semantiche invece riguardano le disuguaglianze che emergono dall’uso discorsivo della lingua, ovvero:

  • La sfera femminile; utilizzare aggettivi relativi a quella che viene definita in modo stereotipato, sfera femminile.
  • La polarizzazione semantica; una parola assume due significati diversi in base a come è declinata.
  • L’uso di nomi, cognomi e appellativi; cognomi utilizzati per citare gli uomini e le donne invece identificate solo con il nome, se non addirittura oscurate.
  • Usare modi di dire sessisti come ad esempio “Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”.

Queste condizioni hanno contribuito nel tempo al progresso di una percezione di inferiorità e marginalizzazione delle donne, riflettendo culturalmente il legame di potere che quest’ultime hanno con gli uomini. 

Secondo Vera Gheno quindi, “considerare i femminili uno stravolgimento dell’italiano è una posizione di disagio comprensibilmente dovuta alla paura del cambiamento. Gli esseri umani sono stanziali per vocazione, e non amano scoprire che una lingua viva è strutturalmente votata al mutamento perenne: i cambiamenti spaventano…”

Fino a non molto tempo fa, la presenza delle donne era limitata in alcuni settori e posizioni lavorative, per cui non vi era la necessità di declinare nella maniera corretta i nomi delle professioni.

Oggi invece da un punto di vista linguistico non esiste un motivo per cui alcuni nomi abbiano un femminile e altri no, in particolare per il fatto che ad ogni donna dev’essere riconosciuta la propria esistenza e il ruolo che ricopre.

 

Identità non binarie

Oltre la categoria della donna, ad essere discriminate, sono tutte quelle persone che non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile. Ogni persona, già prima di nascere, viene definita attraverso il binarismo di genere (maschio/femmina), esclusivamente in base a determinate caratteristiche sessuali.

“In sintesi il genere è:

  • L’insieme delle norme e delle consuetudini che definiscono la presenza, l’espressione e il ruolo di ogni persona nella società.
  • Indipendente dal sesso assegnato alla nascita, perché non è una caratteristica fisiologica.
  • Influenzato dalle aspettative sociali, perché la società tende ad associare al genere determinate caratteristiche e ad avere aspettative specifiche nei confronti delle persone in base al loro genere atteso”.

Sarebbe utile quindi, abbandonare la visione del genere come una classificazione di due elementi, e accogliere invece, la concezione di “spettro delle identità”, in quanto ne fanno parte anche identità agender (persone che non si definiscono in nessun genere) e genderfluid (persone la cui identità di genere cambia nel corso del tempo).

Anche l’orientamento sessuale è composto da molteplici possibilità, come possiamo notare attraverso l’acronimo LGBTQIAP+, “in cui rientrano tutte quelle persone che per orientamento sessuale, identità/espressione di genere, o caratteristiche anatomiche, non aderiscono agli standard del binarismo cisessuale e dell’eterosessualità”.

Alcune volte il pensiero pubblico si rivolge a queste persone come se il genere fosse un accessorio, perché biologicamente tutti nasciamo in un determinato modo, che viene considerato come “naturale”.

Ad oggi però, nonostante il mondo si sia evoluto e il concetto di diversità esteso, la presenza di differenti identità di genere viene ancora vissuta come un tabù. La paura del “diverso”, dell’inusuale, si insedia nella mente delle persone e di conseguenza nelle strutture linguistiche, erigendo dei muri di fronte alla possibilità di un linguaggio inclusivo.

Paura che però, potrebbe essere comprensibile, perché “quando si agisce sulla lingua, si agisce su una delle parti identitarie e più profonde dell’essere umano”.

Bisognerebbe accettare il fatto, che il mondo sta cambiando e così anche la lingua, ma soprattutto capire che anche se noi non ne abbiamo bisogno, questo non vuol dire che qualcun altro non ne abbia.

È giusto che tutti, nonostante il genere o l’orientamento sessuale si sentano rappresentati.

Tutti dovremmo essere liberi di esprimerci e di essere noi stessi, senza sentirci giudicati.

“Rispettare e valorizzare la pluralità dei contesti cognitivi, evitare gli stereotipi sessisti, promuovere la formazione e la cultura della differenza di genere, si configurano oggi come i capisaldi ideologici intorno ai quali strutturare i testi proposti alle nuove generazioni. Accanto al rinnovamento delle immagini, della grafica e dei contenuti, è essenziale una riflessione sulla lingua, che rappresenta il principale strumento di comunicazione, così da contribuire alla formazione di una coscienza linguistica critica”.

 

Articolo di Ilaria Damario, socia Young IAA

BIBLIOGRAFIA

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Parlare Civile. Comunicare senza discriminare in http://parlarecivile.it/home.aspx

Rodari G. (1977). Le parole. Ci vuole un fiore. 19 febbraio 2004 <chttps://www.filastrocche.it/contenuti/le-parole/ > 

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Robustelli C. (2000). Lingua e identità di genere. Problemi attuali nell’italiano. 1° gennaio 2000. <https://hdl.handle.net/11380/609013