LA SCOMPARSA DELL’AI

Intervento di Marianna Ghirlanda a SUPERNOVA AGENCIES 2026

Le tecnologie più rivoluzionarie, a un certo punto, smettono di farsi notare. Entrano nelle nostre abitudini, nei pensieri e nelle decisioni, fino a diventare parte invisibile della quotidianità. È lì che la trasformazione diventa davvero profonda.

La vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale non sarà quando sarà ovunque. Sarà quando smetteremo di accorgerci che c’è. Come tutte le tecnologie di uso generale, anche le più innovative, presto l’AI smetterà di essere oggetto dei nostri articoli, pensieri, riflessioni continue. Quando entriamo in una stanza e schiacciando un interruttore accendiamo una lampadina, non ci fermiamo a pensare se sia meglio o peggio della luce di una candela e cosa è cambiato da quando esiste l’elettricità. Per contro ogni volta che, anche solo per qualche minuto, l’elettricità non c’è, andiamo in crisi e non possiamo più svolgere le nostre attività quotidiane.

Credo che la domanda da porsi non sia tanto se accadrà, ma QUANDO accadrà? Non accadrà nello stesse istante per tutti. Il tempo è proporzionale all’alfabetizzazione e alla possibilità di accesso alla tecnologia. Un altro aspetto interessante è l’età a cui l’abbiamo conosciuta. Se con la rivoluzione digitale abbiamo parlato di digital native, forse dovremo iniziare a parlare di una generazione di synthetic natives: persone cresciute con contenuti, interlocutori e decisioni mediati dall’intelligenza artificiale. Di recente un ragazzo di 18 anni, alle prese con la scelta della facoltà, mi ha raccontato con naturalezza di aver ascoltato i consigli di chatGPT, che è l’entità con cui più frequentemente si confronta per le cose importanti. 

Mentre per una parte delle generazioni più giovani, l’AI non è più nemmeno percepita come una tecnologia separata, quello che vedo tra le persone più adulte dentro e fuori il perimetro del mio lavoro, è un tentativo di resistere, mantenere il proprio modello di business, non cedere il passo all’automazione. Questo atteggiamento secondo me è dettato da alcune paure, che sono paure profonde.

Non ho la pretesa di affrontare qui tutti i dilemmi etici dell’intelligenza artificiale. Ma ce n’è uno che riguarda direttamente il mio lavoro: il modo in cui l’AI rappresenta la realtà. 

Ho scritto un prompt semplicissimo su più LLM: Creami l’immagine di due amanti.
TUTTI i motori AI hanno creato un’immagine con queste caratteristiche: coppia eterosessuale, bianca, di giovane età, in un atteggiamento romantico, ma mai eccessivo. Non entro nel merito delle ambientazioni, perchè qualche modello si è superato mettendo monumenti in ordine sparso, senza nessun riguardo per la geografia.

Quando ho chiesto spiegazioni sulle scelte effettuate, più o meno tutti i modelli mi hanno dato la stessa risposta: non avendo indicazioni il generatore applica la scelta di default. Quindi le scelte non sono casuali, né le variazioni rispecchiano necessariamente la composizione statistica della popolazione. Esiste un default eteronormato, centrato sui codici di riferimento del mondo occidentale.
Ho anche indagato il concetto di bellezza che hanno applicato nel creare persone di aspetto gradevole. La risposta più interessante è stata: “…. parlo di canoni estetici convenzionali non sto dicendo che siano oggettivi o universali. Sto descrivendo standard ricorrenti in certe culture e industrie, che possono essere molto parziali, cambiare nel tempo e riflettere bias su etnia, genere, età, corpo e classe sociale.”

La domanda centrale è: chi decide cosa appare quando noi non decidiamo nulla?

I modelli apprendono da un patrimonio culturale prodotto dagli esseri umani e inevitabilmente ne assorbono anche asimmetrie, stereotipi e rappresentazioni dominanti. Il rischio è che, una volta trasformati in default tecnologici, questi bias acquistino una scala e una capacità di riproduzione enormemente superiori.

Un secondo blocco di resistenze, che risponde a paure legittime, afferisce all’area normativa.
Nelle nostre agenzie ci sono competenze e maturità tecnologica per produrre l’80% dei contenuti con strumenti di AI generativa. Ad oggi ne produciamo l’8%.
La distanza tra ciò che tecnicamente potremmo fare e ciò che oggi facciamo realmente non dipende più soprattutto dalla tecnologia. Dipende dalla governance: diritto, copyright, responsabilità, trasparenza, processi di approvazione.
Quando queste regole saranno assorbite, credo assisteremo a una fortissima accelerazione verso quella che chiamo la scomparsa dell’AI: non la scomparsa della tecnologia, ma della necessità di nominarla.

Non citerò tutte le paure apocalittiche che ciascuno di noi si pone, ma è importante sottolineare che spesso rappresentano un ostacolo all’adozione individuale della tecnologia.

Quando penso a questo scenario che presto diventerà realtà, in cui l’ai non si farà più notare e sarà pervasiva, non posso non domandarmi se le nostre vite saranno migliori o peggiori.
Ovviamente non ho una risposta, ma posso riflettere sull’effetto di un’altra tecnologia che ha avuto un effetto deflagrante sul nostro modo di vivere e che è ormai trasparente: internet. Se penso al mondo connesso a confronto con un mondo pre connessione, sono combattuta. Quando guardo i miei figli incollati al telefono per ore, certamente dico che il mondo prima di internet era molto meglio. ma poi quando uno di loro è lontano e grazie a una call lo posso guardare negli occhi, non ho dubbi la connessione ha migliorato la mia vita.

Ma la domanda corretta non è se l’intelligenza artificiale renderà le nostre vite migliori o peggiori. La domanda è: le renderà migliori per chi?
Quando una tecnologia diventa invisibile e diventano invisibili anche molte delle scelte che contiene: chi ha avuto accesso per primo, quali dati l’hanno formata, quali culture rappresenta meglio, quali persone riconosce più facilmente, quali opportunità distribuisce e quali rischia invece di escludere.

Se davvero l’AI è destinata a diventare un’infrastruttura della nostra quotidianità, come l’elettricità o Internet, allora il tema centrale non sarà più soltanto l’innovazione. Sarà l’equità. La vera sfida sarà fare in modo che questa tecnologia non renda semplicemente alcuni più veloci, più produttivi o più potenti, ma che allarghi davvero le possibilità di tutti.